Stampa

Qualcosa è cambiato, ma il sessismo continua a resistere

Scritto da Giulio Scarpati.

Intervista di La Stampa a Giulio Scarpati.

Per tutti e forse per sempre bravo padre e ottimo dottore per via della fiction “Un medico in famiglia”, Giulio Scarpati arriva a Milano con un ruolo quasi agli antipodi: genitore omofobo, minatore rude e inca**ato contro la Thatcher. Del musical diretto da Massimo Romeo Piparo, adattamento del film campione di incassi “Billy Elliot”, è personaggio chiave. Nel cast con lui Rossella Brescia e il bravissimo e scatenato Emiliano Fiasco nel ruolo del titolo.
Scarpati, come ci si sente dopo essere stato per tutti un padre modello, a invertire le aspettative del pubblico?
«Innanzitutto sono emozionato perché avevo amato il film di Stephen Daldry e ora amo far parte del musical. Che dell’originale cinematografico conserva la forza e l’attualità dei temi. E poi sì, sono contento di interpretare – finalmente – un personaggio inconsueto per me. Non scordate che alle spalle non ho solo “Un medico in famiglia”, ma anche “Cuore” e “Il giudice ragazzino”, ruoli che hanno segnato l’intera mia carriera».
Davvero mai passato dall’altra parte della Forza?

«In un corto, “Ciao amore” di Luca D'Ascanio, parte del film a episodi “80mq”, smembravo una donna.... E nella seconda stagione della serie “Fuoriclasse” ero un preside pazzo e melomane che per questa sua pazzia stornava tutti i soldi della ristrutturazione della scuola. Sono sempre alla ricerca di ruoli che mi portino fuori dalla mia comfort zone, ma da allora è passato tanto tempo».
Significa che si è rassegnato?

«No, quando intravedo l’occasione mi ci butto: meglio rischiare, soprattutto se questo significa divertirsi e reinventarsi. Il teatro me lo permette molto di più del cinema e della tv».
Il che ci porta al padre di Billy Elliot. Ce lo descrive?

«Str***o (si può dire?) e reazionario, anche se è un sindacalista: è intimamente omofobo e l’idea di quel figlio che vuole fare il ballerino lo sconvolge. In lui vince lo stereotipo che vuole chi danza omosessuale. Ex pugile che ha dovuto smettere per lavorare e mantenere la famiglia, vorrebbe per il figlio un futuro da boxeur. Così è per tutta la prima parte dello show, poi va in crisi quando capisce che quella di Billy è un’aspirazione profonda - ed è pure molto bravo -, fino a diventare per aiutarlo il contrario di quello che ha sempre predicato: un crumiro. Di qui in conflitto con l’altro figlio più grande, pure lui minatore, che si sente tradito».
Pensa siano cambiate le cose, o i pregiudizi e gli interdetti sopravvivono?

«Qualcosa è cambiato tra le giovani generazioni ma il sessismo secondo me continua a resistere».
Lei ha iniziato a recitare giovanissimo, quasi alla stessa età di Billy: è andato contro le aspettative dei suoi genitori?

«A 12 anni c’è stato il mio incontro con il teatro, a 16 la scuola di recitazione e il primo spettacolo. Erano anni eroici, c’erano i fermenti del nuovo teatro di ricerca, Pontedera, Grotowski, il Living... Intanto però studiavo legge, lavoravo in studio con mio padre avvocato e collaboravo con una rivista legale. Poi la passione ha avuto il sopravvento: il teatro non era più solo un interesse o un hobby. I miei, a quel punto, non mi hanno ostacolato».
E lei, che padre è?

«Questo ruolo mi ha fatto riflettere. La mia generazione, post Sessantotto, è spesso entrata in conflitto con i genitori, ma trovare ostacoli sulla nostra strada ci ha aiutati a crescere, a fare scelte sentite e libere, a tagliare insomma il famoso cordone ombelicale. Noi invece, forse per reazione, siamo genitori un po’ troppo “chioccini” e protettivi: è una cosa di affetto, ma forse con qualche controindicazione, perché impedisce loro di trovare una propria dimensione autonoma, o quanto meno la ritarda».
I suoi figli in che fase sono?

«Entrambi grandi: ormai, fuori dalla mia giurisdizione. Non sono stato con loro né un Jackie Elliot né troppo “chioccino”, ma abbastanza liberal».
Che rapporto mantiene con il “medico in famiglia” Lele Martini?

«Lo ringrazierò sempre. È grazie a lui se a teatro ho potuto portare anche spettacoli difficili (Kundera, Koltès, Dostoevskij...) avendo la platea sempre piena. Sono entrato nell’universo infantile di bambini che sono cresciuti con me (pure in modo non continuativo ha partecipato alla serie dal 1998 al 2016 apparendo in 131 episodi, ndr). Certo, nelle prime stagioni, quando si girava, i ritmi erano tali che la vita personale non esisteva più. Ed è stato difficile liberarmene e combattere con la pigrizia di chi vedeva per me sono quel genere di ruoli».
Per un po’ è stato anche presidente del Sindacato attori. E ora?

«Anche nella vita sono un po’ sindacalista. Dopo quel periodo, mi sono limitato a sostenere le lotte e le proteste di noi attori dell’audiovisivo. Che finalmente, proprio quest’estate, ci hanno permesso di avere il nostro primo contratto collettivo. Per anni mi sono battuto per questo: non farcela ai tempi è stato faticoso e frustrante. Tutti pensano sempre agli attori come a una categoria di privilegiati, ma a parte i pochi famosi, la gran parte non lo sono. Il contratto permette che finalmente anche meno noti e più deboli siano tutelati».
Pin It